Università: una prece a San Precario


Negli ultimi trenta anni abbiamo assistito ad un proliferare ingiustificato di sedi universitarie. Ogni città chiedeva di avere una sua Università o, almeno, un corso di laurea che la qualificasse.  I politici hanno per anni avallato questa scelta, anche con il consenso di molti docenti che individuavano nuove cattedre da cui dispensare la loro scienza.  Tutti a Pavia sappiamo che in Lombardia, fino agli inizi del 1800, la nostra era, con Milano, l’unica città che poteva vantarsi di essere sede di una Università, di una prestigiosissima Università! Sappiamo che Pavia ha gemmato l’Università dell’Insubria, ecc. ecc.
Oggi le sedi universitarie sono molte di più di quanto il mercato richiede. Molti laureati, di alcune discipline, faticano mesi, anni.... per trovare una dignitosa occupazione. A Pavia San Precario non ha ancora fatto il miracolo che molti invocano....
Sappiamo che i conti di alcune Università non sono proprio del tutto in ordine (colpa anche di chi dovrebbe controllare). A livello nazionale ci si è resi conto che qualcosa non va nell’istruzione, anche quella universitaria. La pensata è stata quella di aiutare questo mondo riducendo le risorse finanziarie. Questo modo di agire ha costretto le università più strutturate ad ingegnarsi per raggiungere il necessario pareggio di bilancio. Molte però vedono calare irrimediabilmente gli iscritti.... Alcune Università sopprimono corsi... riducono i servizi per gli studenti.... questi continueranno ancor più a calare fino.... fino a che quell’università, o quel corso di laurea distaccato in altra città, cesserà di operare e quindi di esistere.  Del resto il mercato ora chiede altro e la laurea non è più il pezzo di carta che apre ogni porta.
I politici stanno a guardare e, sulla riva del fiume, contano i cadaveri che prima o poi passeranno.  L’insegnamento in forma remota, le Università telematiche ed altre realtà similari sono sorte per contrastare la staticità di questo mondo apicale dell’istruzione.
Meglio sarebbe, a mio parere, individuare parametri valutativi dei vari Atenei e salvare, sostenendoli adeguatamente con risorse degne di questo nome, quelli meritori e chiudere d’autorità quelli che non rispondono a quei parametri.
Questo non si attuerà mai e prepariamoci quindi a veder lentamente chiudere, od accorparsi tra loro, quelle Università che la ragione ha già deciso quale fine faranno, se non altro nella valutazione che ne dà il mercato.
Una ultima riflessione: finiamola con i fuori corso! L’università deve ancora accogliere, per non più di un anno, quegli studenti che non hanno rispettato la durata canonica del loro corso di laurea, ma poi per loro le porte degli Atenei si chiudono. Oggi gli studenti fuori corso servono solo per meglio far quadrare i conti dell’Università, ma poco apportano a loro stessi ed al mercato. Meditiamo sul da farsi.... E poi si agisca!


a cura del Dott. Lucio Aricò



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